Cinaski

«La mia unica ambizione è quella di non essere nessuno, mi sembra la soluzione più sensata.» C. Bukowski

lunedì, maggio 29, 2006

AUSCHWITZ E IL GIUDIZIO DELL'UOMO


SCUSATE SE RIPRENDO ANCORA UN ALTRO PEZZO DA UN BLOG, MA LE CONSIDERAZIONI SONO INTERESSANTI ANCHE SE NON COMPLETAMENTE CONDIVISIBILI.

Tra le molte cose che è stato, il Novecento è stato anche il secolo del grande rinnovamento della teologia. Non è mutato solo il linguaggio dell’arte, o quello della letteratura, non è mutata soltanto la concettualità filosofica, o quella scientifica, anche la teologia ha conosciuto una stagione di grande fervore e di profondo ripensamento: sul versante protestante e su quello cattolico, ed anche su quello ebraico, il pensiero di Dio ha dovuto infatti reagire ai possenti scossoni del secolo. E al più forte di tutti, Auschwitz. Per questo motivo, quando un Papa si reca nel luogo dove furono deportate e uccise più di un milione di persone, le sue parole risuonano in un silenzio sgomento. In quel silenzio sgomento, il Papa dice con voce rotta dall’emozione: “In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?”. Sul silenzio e sulla presa di parola la filosofia ha molto da dire: gran parte del suo rinnovamento nel corso del Novecento si è giocato su questi temi. E Auschwitz non pone solo al Papa tedesco la terribile domanda se la parola della teologia non debba incrinarsi fino a spezzarsi sotto il peso di quell’intollerabile orrore: lo pone alla filosofia, che è anch’essa parte in causa, e lo pone all’arte, alla poesia, all’uomo. Il filosofo Adorno ebbe una volta a dire: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”. Si chiedeva Adorno se fosse ancora possibile la poesia, e se ancora fosse possibile umanità. Paul Celan, poeta rumeno di origine ebraica e di lingua tedesca, sopravvissuto allo sterminio e morto suicida nel 1970, tra i più grandi poeti del secolo, scrisse che con il silenzio le vittime del nazismo sarebbero state consegnate un’altra volta inermi ai loro carnefici. Così, nel silenzio spettrale del campo, il Papa prende la parola e dice piano: “Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male?”. Questa domanda è la domanda angosciosa dell’uomo. È la stessa domanda di Giobbe, dell’uomo giusto colpito dal male. Giobbe rinuncia alle facili giustificazioni con le quali gli amici cercano con animo insincero di mandare assolto Dio, e tiene fermo il suo grido di protesta, e con esso lo scandalo del male. Come non mandare lo stesso grido per le milioni di vittime, gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, i prigionieri politici, i religiosi morti nei campi di concentramento.Poi il Papa dice ancora: “Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia”. Questa è la voce del credente, la preghiera sincera di chi si affida nelle mani del Padre. E tuttavia alla teologia e alla filosofia si può forse chiedere se davvero, dopo gli orrori di Auschwitz, si sbaglia chi non volesse tacere, ma volesse farsi giudice del silenzio di Dio. Si sbaglia? Io magari lo manderò assolto, chissà, magari vorrò prendermi gli insulti di coloro i quali saranno scandalizzati dal mio verdetto d’assoluzione, dalla mia pietà ingiusta, ma proprio non vedo perché dovrei, perché l’uomo, internato ad Auschwitz, sopravvissuto ad Auschwitz, dovrebbe rinunciare a giudicare il silenzio di Dio, l’assenza di Dio. Non vedo chi altri rimane da giudicare. Di giudicare gli uomini non importa più nulla. Sta anzi scritto, Matteo, 7,1: “Non giudicate, affinché non siate giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nel tuo occhio?”. E dunque io non giudicherò gli uomini, per non essere giudicato. Ma giudicherò Dio, l’Onnipotente. Giudicherò la trave, a cospetto della quale ogni altra colpa è una pagliuzza. Perché infatti dovrei prendere la parola, dopo Auschwitz, se non per giudicare Dio? Cos’altro resta da fare? Cos’altro avevano da fare i sopravvissuti del campo, se non giudicare Dio, la trave nel suo occhio? (E Dio, cos’altro può fare, se non salire di nuovo sulla Croce?). Certo, il Papa dice giustamente che non possiamo scrutare il disegno di Dio. Può darsi infatti che non possiamo perché non vi riusciamo; ma come può l’uomo rinunziare a giudicare, come Giobbe a cui Dio Onnipotente dice, nel mistero della sua rivelazione: chi sei tu per giudicare? Come può Dio rinfacciare ancora all’uomo di essere troppo piccolo per giudicare? Chi era nel campo, chi è sopravvissuto agli orrori del campo, non è forse sin troppo grande per giudicare? Deve forse crescere ancora? Cos’altro dovrebbe vedere, per essere grande? Forse, ben lungi dal non poter giudicare, l’uomo che testimonia l’orrore del campo, e che ne scruta con dolore l’abisso, bisogna non solo che possa giudicare, ma che debba. Poiché questa e non minore è la nostra responsabilità, e l’irrecusabile testimonianza. Poiché questa, e non minore è la responsabilità della teologia, della filosofia, dell’uomo – non quella di confidare ancora in una sapienza immensa ma nascosta, mentre la follia nazista non nascosta ma patente, trionfante, infuriava ad Auschwitz. Giudicare, dunque, si deve, se ancora vogliamo portare la responsabilità di essere uomini a cospetto di Dio. E forse giudicare si deve anche, se Dio vuole portare ancora su di sé il peso della sua Onnipotenza e tuttavia restare silenziosamente accanto all’uomo che ad Auschwitz morì. ■
Massimo Adinolfi

martedì, maggio 23, 2006

LA GUERRA GIUSTA


Ho letto e volentieri riporto, anche per distaccarci dalle beghe di cortile che ci sono in Italia.


Dobbiamo applicare a noi stessi i medesimi standard che applichiamo agli altri. In questi tempi di invasioni pretestuose, è ricominciato tra gli studiosi e tra i leader politici il dibattito sulla "guerra giusta". Concetti astratti a parte, nel mondo reale si dà troppo spesso ragione alla massima di Tucidide secondo cui "i forti fanno ciò che devono fare e i deboli accettano ciò che devono accettare", cosa che non solo è ingiusta ma che, allo stadio attuale di sviluppo della civiltà, è una minaccia per la sopravvivenza della specie umana.
Nelle sue tanto lodate riflessioni sulla guerra giusta, Michael Walzer descrive l'invasione dell'Afghanistan come "un trionfo della teoria della guerra giusta", accostandola a quella del Kosovo. Purtroppo, in entrambi i casi, i suoi argomenti dipendono molto da premesse come "mi sembra assolutamente giustificato" o "io ritengo" o "non c'è dubbio che".
I fatti vengono ignorati, anche i più ovvi. Prendiamo l'Afghanistan. Quando i bombardamenti cominciarono, nell'ottobre del 2001, il presidente Bush avvertì il regime dei taliban che sarebbero continuati finché non fossero state consegnate agli Stati Uniti le persone sospettate di terrorismo.
La parola "sospettate" è importante. Otto mesi più tardi, dopo quella che era stata presentata come la più grande caccia all'uomo della storia, il direttore dell'Fbi, Robert Mueller iii, dichiarò ai giornalisti del Washington Post: "Secondo noi le menti (degli attacchi dell'11 settembre) si trovavano in Afghanistan, tra gli alti comandi di al Qaeda. I cospiratori e alcuni dei terroristi più importanti erano invece in Germania o da qualche altra parte".
Ciò che non era ancora chiaro nel giugno del 2002 di sicuro non poteva considerarsi certo nell'ottobre precedente. In pochi dubitarono che ciò fosse vero e, per quel che vale, non lo feci neanche io. Ma i sospetti e le prove sono due cose diverse. Le circostanze spingono a chiedersi se il bombardamento dell'Afghanistan sia stato davvero un esempio valido di "guerra giusta".
Gli attacchi di Walzer sono diretti a bersagli anonimi, come per esempio studenti e professori universitari "pacifisti". Lui aggiunge che il loro "pacifismo" è un "cattivo argomento", perché ritiene che a volte la violenza sia legittima.
Potremmo anche essere d'accordo sul fatto che la violenza a volte sia legittima, ma "io penso" non è certo un argomento schiacciante nei casi reali su cui lui discute. Con "guerra giusta", antiterrorismo o altre giustificazioni simili, gli Stati Uniti si considerano esenti dai princìpi fondamentali dello stesso ordine mondiale che hanno contribuito a formulare.
Dopo la seconda guerra mondiale venne creato un nuovo diritto internazionale. Le sue norme sulla guerra sono codificate nella Carta delle Nazioni Unite, nelle convenzioni di Ginevra e nei princìpi di Norimberga, adottati dall'Assemblea generale. La Carta disapprova la minaccia o l'uso della forza tranne che nelle circostanze autorizzate dal Consiglio di sicurezza o, come recita l'articolo 51, nei casi di autodifesa contro un attacco armato prima che intervenga il Consiglio di sicurezza.
Nel 2004 una commissione di alto livello delle Nazioni Unite, in cui c'era tra gli altri l'ex consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Brent Scowcroft, ha concluso che "l'articolo 51 non aveva bisogno né di estensioni né di restrizioni". E che "in un mondo pieno di potenziali minacce permettere a uno degli stati membri di fare una guerra unilaterale e preventiva significa permetterlo a tutti".
Due anni prima, invece, il documento Strategia di sicurezza nazionale teorizzava che gli Stati Uniti possono fare una guerra preventiva. E gli concedeva né più né meno il diritto di commettere aggressioni. Per il tribunale di Norimberga l'aggressione è "il crimine internazionale supremo, che differisce dagli altri crimini di guerra solo perché contiene in sé il male di tutti gli altri". Così è, per esempio, tutto il male derivante dall'invasione anglo-americana in quel paese martoriato che è l'Iraq.
Il concetto di aggressione fu definito abbastanza chiaramente dal giudice della Corte suprema Robert Jackson, che rappresentava l'accusa per gli Stati Uniti a Norimberga. Il concetto venne poi ridefinito da una risoluzione dell'Assemblea generale. Un "aggressore", propose Jackson al tribunale, è uno stato che per primo commette azioni come "l'invasione, con o senza una dichiarazione di guerra, del territorio di un altro stato".
È proprio quello che è successo con l'invasione dell'Iraq. Importanti sono anche le parole pronunciate dal giudice Jackson a Norimberga: "Non dobbiamo mai dimenticare che il metro con il quale giudichiamo questi imputati è il metro con cui la storia giudicherà noi domani".
Fatemi dire due semplici verità. La prima è che le azioni vengono valutate in base alle loro conseguenze. La seconda è il principio di universalità; dobbiamo applicare a noi stessi i medesimi standard che applichiamo agli altri. Questi princìpi sono anche il fondamento della teoria della guerra giusta. O almeno di qualsiasi versione di questa teoria che voglia essere presa sul serio.
di Noam Chomsky

martedì, maggio 16, 2006

PALLONE BUCATO


E' dura essere juventino di questi tempi, dopo decenni da vincenti sembra strano trovarsi n questa situazione assurda e paradossale. Personalmente vorrei che le cose si chiarissero in poco tempo, anche se dovessimo giocare in B con la primavera almeno la bufera sarebbe passata e il tifo potrbbe essere sano e sportivo, non giudiziario.
Non so quanto c'è di vero in tutto quello che si dice e scrive, per ora c'è un pò di vergogna ad indossare una maglia bianconera.